"La torta"

Aggiornamento: 4 mag 2020

Timothy aprì il frigo con circospezione e tentò di prendere l’ultimo pezzo di torta rimasto, allungando il braccio per raggiungere il fondo del ripiano centrale. Basso com'era, si dovette allungare parecchio. Al mio ingresso in cucina, la scena che mi trovai davanti fu parecchio comica. Appena si accorse della mia presenza, si girò di scatto e si chiuse l’anta del frigorifero alle spalle, assumendo un’espressione spaventata. Portava solo i jeans e delle calze spaiate, ma per il resto era nudo, senza una maglietta o un maglione che lo coprisse. “Ehi!” fece lui. La sua voce, ridotta a uno squittio, risuonò nella cucina vuota. “Che stavi facendo?” “Niente, stavo cercando da mangiare.” “Stavi cercando da mangiare?” “Stavo cercando da mangiare, sì. Posso avere...fame?” Incrociai le braccia e lo squadrai. “A me sembra stessi cercando la crostata di zia. Poi magari mi sbaglio. Non lo so.” “No, no, figurati, ti sbagli!” Trattenne un sorrisetto. “Mi sbaglio?” “Oh sì, ti sbagli di grosso!” “Mh, no, io non credo.” “Fai te. Comunque io ora devo andare.” “Ah sì? E dove devi andare?” “In camera. Devo chiamare un mio amico.” Cercò di uscire dalla cucina, ma lo fermai, sbarrandogli il passaggio con il braccio. “Tu lo sai, vero? Sai qual è la questione? Te ne avrò parlato almeno un miliardo di volte, ma sembra che te ne dimentichi sempre.” Timothy abbassò lo sguardo e deglutì. “Quale questione?” Indicai il frigo con l’altra mano, deluso dal fatto che volesse far finta di non capire. “Io, io...non so di che cosa tu stia parlando...” “Non puoi mangiarla, Timothy...la vuole lui...” Teneva ancora gli occhi sul pavimento. “La vuole lui?” “Sì, ma te ne avevo già parlato, Timothy. La torta la vuole lui.” “Ma...perché!?” “Gliel'ho promesso. E non mi va di non mantenere le promesse.” Alzò lo sguardo su di me. “Sei proprio stupido. Lui potrebbe anche essere morto, in questo momento.” Lo fissai arrabbiato. “Timothy...non dire queste cose, per favore.” “Io dico quello che voglio!” protestò. “Vedila come vuoi. Io credo nelle promesse.” Timothy scosse la testa e si liberò dal mio braccio, poi corse su in camera senza dire una parola. Lo osservai andare via, poi mi sedetti a gambe incrociate sul divano e accesi la televisione. Al telegiornale stavano parlando delle rivolte e della Guerra in atto, ma io non ascoltavo. La mia testa vagava da qualche parte. Cercai quella foto, ma mamma la doveva avere tolta mesi prima. La mia mente continuò a errare senza una meta precisa.


“Hai saputo di quei due ragazzi?” “Di chi?” “Di quei due ragazzi, poco più piccoli di noi...” “Parli di quella coppia di fratelli che si sono salvati per un pelo dagli Attacchi?” Timothy mandò giù un altro boccone di carne. Era sera, stavamo cenando e si sentivano clacson ed esplosioni in lontananza, rumori che a volte sovrastavano persino la nostra voce. Strano, no? Ormai ci avevamo fatto l’abitudine. “Sì, quei due, ecco. Però temo che si sia salvata solo la sorella.” Smisi di masticare e appoggiai la forchetta sul tovagliolo sporco. “Cosa?” “Sì, oddio, pensavo lo sapessi.” “No, ma...ma com'è successo?” “Il piccolo deve essere morto in ospedale...” “Cavolo, mi dispiace troppo. Tu lo conoscevi, vero?” “L’ho visto qualche volta a scuola.” Alzò le spalle e continuò a tenere lo sguardo fisso sul resto della cena che gli rimaneva da consumare. “Sarà stato un tipo alla mano, insomma, uno forte.” “Sì, deve essere stato un bel tipo.” Sorrisi. Restammo un attimo in silenzio. Ripresi a mangiare. La testa mi faceva male. “Credo, comunque, che la sorella fosse più grande di me.” “Cosa?” Il boato di un’esplosione aveva sovrastato la mia voce. Scossi la testa. “Ho detto che lei, insomma, lei penso che fosse più grande di me di qualche anno.” “Ah, sì. Probabilmente.” La conversazione terminò lì e quella sera fu il turno di Timothy, per lavare i piatti. “Io vado a stendermi un attimo, ho bisogno di far sparire questo mal di testa.” Timothy annuì. E nel suo piccolo corpo mi apparve, per un secondo, più grande. Un rumore mi svegliò, dopo non so quanto tempo. Era un suono che si continuava a ripetere incessantemente, peggiorando il mio mal di testa ancora presente. Mi alzai piano e il mondo intorno a me cominciò a girare. Timothy era fermo, bloccato, davanti alla porta di ingresso. Notai che aveva ancora le mani e le braccia bagnate, gocciolanti sapone e acqua. “Ehi! Che succede?” sibilai. Lui si girò di scatto verso di me, scuotendo la testa con un’espressione inquietata. Attraverso il suo labiale, mi informò che non ne sapeva assolutamente nulla. Mi alzai con spossatezza e raggiunsi Timothy, trovandomi davanti alla porta, con la speranza che dietro ci fosse chi pensavo. Dall'altra parte continuavano a bussare sempre più forte. “Da quanto tempo va avanti così?” “Da almeno mezz'ora...” sussurrò Timothy. La testa mi faceva ancora male. Mi massaggiai le tempie e chiusi gli occhi, cercando di rilassarmi un attimo. Ma il ‘toc toc’ alla porta non faceva che aggravare le cose. “Chi è?! Ma soprattutto, che ore sono?!” Mio fratello non rispose. “Tim! Mi puoi dire che ore sono, per favore? Mi puoi dire quanto ho dormito?!” implorai. Il dolore alla testa diventò insopportabile. Timothy si girò verso di me, le lacrime agli occhi. “Credo che me la stia per fare addosso.” “Tim...non avere paura, dai. Smetteranno, tra poco. Lo sai che a volte capita che ci diano fastidio.” Mi ero abbassato sulle ginocchia per rassicurarlo, trovandomi faccia a faccia con lui. “Sta continuando da mezz’ora, Harry. Non sapevo se svegliarti o meno, mi sentivo totalmente bloccato. Non so se capisci. Mi capisci, Harry?” “Sì, ti capisco. Ad ogni modo, ora...” L’individuo dall'altra parte della porta parlò. “Allora! Volete aprirmi questa cazzo di porta?!” Ci bloccammo entrambi. “Chi...chi è?” gridai. “Apritemi! Mi vogliono uccidere! Lo capite o no?! Mi vogliono uccidere quei quattro pazzi!” Nella sua voce trovai del dolore sincero. “Gli apro” dissi. “Cosa?! Mi avevi promesso che non avremmo fatto entrare nessuno che non conoscessimo, Harry!” “Dobbiamo, Tim. Non senti che sta male?” “Sì, ma...me l’avevi promesso!” Non lo ascoltai. Aprii la porta senza pensarci troppo e ci trovammo davanti un individuo che pareva mio coetaneo. Il tizio era sporco di sangue secco ed era completamente grondante di sudore. “Salvatemi, vi prego.” Gli occhi erano iniettati di sangue e sporgevano dalle orbite. Non avevo mai visto una persona più terrorizzata di lui, eppure mi incuriosiva parecchio. Con il viso lo invitai ad entrare, così lui si catapultò dentro casa. Mi chiusi la porta alle spalle.

“I Ribelli mi stavano per uccidere” aveva detto lo sconosciuto. E poi aveva iniziato a raccontare la sua storia. Alla luce fioca di una lampada ad olio, ci eravamo seduti al tavolo della cucina, mentre Timothy finiva di lavare i piatti. Era tutto molto romantico. Assurdo, eh? Lo trovavo romantico. Io e il tizio, più grande di me di qualche anno, avevamo parlato per almeno un quarto d’ora senza smettere. Il mal di testa continuava a pulsarmi, ma con quell'inaspettato ospite, in qualche modo, mi sentivo bene. Quando Timothy smise di svolgere i suoi affari, si sedette al mio fianco, cominciando la sua indagine nei confronti dello sconosciuto. Le sue occhiate attente lo assalirono, facendolo sentire visibilmente a disagio. l ragazzo accavallò le gambe. “Come ti chiami, comunque?” “Danny, mi chiamo Danny” fece. La voce era effeminata, squillante. Lo avevo notato fin dall'inizio, ma in quel momento mi apparve chiaramente. Sorrisi. “Ehi, come il tuo ex!” mi fece notare Timothy. Danny mi lanciò uno sguardo incuriosito. “Sì, ecco...è una lunga storia. Non c’è bisogno di tirare fuori questi argomenti, Tim.” Accavallai anche io le gambe e squadrai mio fratello. Danny ridacchiò, poi si pulì dalle ultime croste di sangue con la benda bagnata che gli avevo preparato poco prima. Bevve un sorso di acqua e continuò a raccontare la sua storia. Disse “Mi hanno chiuso la porta in faccia tutti i vostri vicini. Benedetto sia il Signore che ho trovato voi. Sono stremato.” Risi, sorridendogli. “Piacere nostro, Danny. Almeno abbiamo qualcun altro che ci faccia compagnia.” Restammo un attimo in silenzio, senza sapere che cosa dire. Fu lì che la notai, vicino al lavello. Lanciai uno sguardo arrabbiato a mio fratello, ma lui non sembrò capire. Quando gli indicai la fetta di crostata, sul suo piattino di plastica, di fianco alle pentole lasciate ad asciugare, lo vidi sbiancare. Danny se ne accorse. “Qualcosa che non va?” Inarcò un sopracciglio. “Sì, mio fratello a quanto pare non capisce proprio nulla.” “No, non è vero. Non so perché sia lì, lo giuro!” balbettò Timothy. “Volevi mangiartela mentre dormivo, vero?” “No, lo giuro. Non volevo mangiarmela...” “Non ti credo!” esclamai alzandomi “Sei davvero un bugiardo!” Il mal di testa ritornò a insistere. “Dai, Harry, non trattarlo così. Alla fine è solo un bambino...” Presi la fetta di torta, feci per rimetterla in frigo, ma la voce di Danny mi bloccò. “Comunque quella torta sembra davvero deliziosa!” esclamò, sempre con la sua voce effeminata. Mi fermai e mi girai verso di lui. Mi sorrise. Io ricambiai. “Harry...” mi sussurrò Timothy, la voce tremante, sul punto di piangere “Harry, mi dispiace, non volevo mangiarmela...io...io...” Non lo ascoltai. “Devi avere fame, Dan. Dico bene? Devi avere moltissima fame.” “Oh, caro, sto davvero morendo dalla fame.” Enfatizzò ‘morendo’, come se stesse realmente per succedere. Cari miei, sono certo che Timothy detestasse Danny con tutto il cuore, soprattutto dopo quell'iperbole. Oh, Timothy le odiava, le esagerazioni. Io comunque mi avvicinai al nostro ospite e gli diedi la torta, senza starci molto a pensare. “Beh, allora è tutta tua. Sei nostro ospite, sarei proprio uno stupido, se non te la offrissi.” E mentre se la gustava, incrociai spesso il suo sguardo. Gli sorridevo, mentre Timothy mi fissava stupefatto, non capendo perché avessi infranto quella promessa a me tanto cara. Poi mio fratello si addormentò sulla mia spalla, perdendo interesse e acquisendo stanchezza. Danny continuò a ripetere che quella era la migliore crostata che avesse mai mangiato. La guerra, con lui, perse senso e importanza. Quella torta spettava a lui, ne sono certo. Ne sono assolutamente sicuro.



Illustrazione fumettistica di: SamOn