"Lo scoiattolo"

Aggiornato il: 1 mag 2020

Avevamo fatto l’amore per un’ora di fila, chiusi a chiave dentro la nostra camera da letto.

Una volta finito, le avevo sussurrato “Vado a prendermi una birra.”

E lei, tutta sudata e nuda, si era coperta il seno con il lenzuolo e mi aveva detto “Credo di amarti, Andy. Beviti ‘sta birra e poi ritorna qua da me. Ti aspetto.”

Io avevo finto un sorriso e me n’ero andato in cucina.

Il mio fisico da corridore stava scomparendo. All'idea, scossi ripetutamente la testa, inorridito.

Appena arrivai al frigorifero, vidi Frank con gli occhi fissi fuori dalla finestra.

Era appoggiato al lavabo e sembrava triste, perciò io gli chiesi “Che ci fai lì? Che guardi?”

Lui non mi rispose.

Io lo richiamai a gran voce. Poi mi aprii la birra e bevvi un sorso.

“Sto guardando uno scoiattolo.” disse lui.

“Stai guardando uno scoiattolo?”

“Sì, uno scoiattolo.”

Bevvi un altro lungo sorso di birra. Ruttai.

“Penso che quell'animaletto abbia la rabbia.”

“Cos'è? Te ne sei innamorato?”

“No, ma penso sia un’ottima metafora della nostra situazione.”

Mi avvicinai alla finestra e posai lo sguardo sulla bestiolina. Correva da una parte all’altra come impazzito, sbavando e lanciando striduli lamenti, udibili persino con la finestra chiusa. “A me, sinceramente, sa davvero poco di metafora.”

Frank mi chiese cosa ne dovevo sapere io, di metafore.

“Amico, tu mi sottovaluti. La vuoi sapere una storia?”

“No.”

“Allora, in pratica...” dissi spostando l’attenzione su Frank “...ero al liceo e stavo con questa ragazza, una fica da paura. A quei tempi ero il re della scuola, insomma, ero un tipo...”

“Ok, è morto” mi interruppe Frank “Quel povero animale è morto. E tu non capirai mai perché guardandolo mi ha messo così tanta depressione.”

Tornai a guardare l’albero e vidi la bestiolina senza vita, con le zampette e la bocca aperta per aria. “Cristo, Frank, quanto mi dai se vado a prendere quello scoiattolino?”

“Un pugno ai testicoli.”

“Andata, aspettami qui.” Finii tutto d’uno colpo la birra e corsi giù le scale per uscire di casa e recuperare l’animale.

Una volta in cortile, attento che non ci fossero Soldati in giro, mi precipitai sotto l’albero e mi ci arrampicai velocemente su.

Tornai a casa completamente grondante di sudore e posai l’animale sul tavolo della cucina.

Davanti a me c’erano Henry e Frank.

“Ma che c’hai in testa?” mi chiese Henry.

“Guardatelo! Lo trovo così carino, voi no?”

“Era carino in vita. Ora lo trovo solo spaventoso” aggiunse Frank.

“Stronzate. Datemi una scatola delle scarpe.”

I due rimasero a fissare l’animale, senza muoversi.

“Al diavolo, andrò io a cercare qualcosa.”

Corsi in bagno e rovistai nell'armadio, recuperando una vecchia scatola delle scarpe. Tornai in cucina e vidi Frank che teneva per la coda la bestiolina.

“Stai fermo, Frank. Quello scoiattolo adesso è mio” dissi avvicinandomi al ragazzo. Agguantai l’animale e lo appoggiai delicatamente nella scatola.

“Ma che ti prende? Non vorrai mica tenerlo tutto il tempo là dentro, spero” fece Frank.

Mi voltai verso Henry, il quale si era appoggiato allo stipite della porta e stava sorseggiando del caffè “Mi paghi se butto lo scoiattolo nel box doccia mentre Frank si lava?”

“Ah, beh” rispose Henry, sorridendo “Io me ne tiro fuori. Ad ogni modo, se la tua donna dovesse aver paura di fare cose con un feticista di animali morti...fammi uno squillo. La mando da Frank.” Soffocò una risatina stridula.

“Cosa?” feci io

“Cosa?” fece Frank.

“Beh, chi è che non si vorrebbe fare quello schianto di Rose?” fece ancora Henry, alzando le spalle “Si sa, però, che qua si mettono davanti gli amici. E penso che Frank non si tirerebbe indietro.” Sorrise.

Non persi le staffe, ma ci andai vicino.

Insomma, mi girai verso Frank mollandogli uno schiaffo, ma lo feci anche un po’ scherzando. E dopo scoppiammo tutti in una grassa risata.

Alla fine, di quei tempi, si giocava e basta. Perché se si faceva sul serio, le cose andavano per il peggio.

Sapevamo di gente che impazziva e ammazzava tutti anche solo con le proprie mani.

“Nella Casa la follia è consentita in parte. Il rispetto è importante e l’amore è fatale” diceva sempre Henry, il capo di quel rifugio per sopravvissuti.

“L’amore è fatale” ricordai a Rose, quella sera, mentre mi ripeteva quanto fosse innamorata di me.

“Però io ti amo” mi diceva di continuo.

E io rispondevo sempre dicendo “Temo anche io di esserci vicino.”

Poi fissavo la scatola con il corpo dello scoiattolo.

E sorridevo.


Passarono settimane e di scoiattoli vivi non se ne videro più.

Ogni giorno, però, mentre scopavo con Rose, quell'animaletto senza vita se ne stava con gli artigli in aria dentro una scatola, su uno scaffale appena sopra la scrivania.

Rose diceva sempre “Puoi buttare via quel dannato scoiattolo? Puzza da fare schifo!”

E io dicevo “Rose, dai. Se non ci pensi non la senti.”

E lei smetteva di baciarmi per almeno un quarto d’ora. E di parlarmi. E persino di guardarmi, se devo dirla tutta.

Poi un giorno, seduti tutti quanti a tavola, avevo detto “Mi sento bene, ragazzi. Penso che avere qualcuno, o qualcosa, di esterno alla Casa ci faccia solo del bene.”

E Rose aveva detto, con le lacrime agli occhi “Sei una grande testa di cazzo, Andy. Se ti riferisci a quell'animale putrido che tieni in camera, stanotte puoi anche dormire nel tuo letto.”

“Che intendi? È logico che mi riferisco allo scoiattolo.”

“Andy, ma che schifo. Sarà pieno di vermi dentro a quella scatola.” disse Henry.

“Possiamo evitare di parlarne?” implorò Frank.

Io lo fissai, mostrando un sorriso a trentadue denti. “Sei geloso, eh? Ce l’ho io! Ce l’ho solo e soltanto io!”

Frank mi squadrò. “Se continui a fare il coglione ti sbattiamo fuori dalla Casa, come abbiamo fatto con Danny. Quindi, è una tua scelta. O la smetti e butti via quella bestia, o sei fuori. Tanto si sa che a Rose non cambia molto.”

Mi alzai di scatto dalla sedia e agguantai Rose per i capelli, facendola cadere dalla sedia. Iniziò a urlare dal dolore, a implorarmi di lasciarla. Continuando a stringerle tra le mani la chioma di capelli biondi, gridai “Io faccio quello che mi pare! Avete capito? Se me ne vado, Rose mi segue!”

Henry si lanciò contro di me e mi sferrò un pugno in faccia.

Ridacchiai, ma solo dopo essere caduto a terra e aver sbattuto la testa contro un mobile. Ridacchiai.

“Vattene pure, pazzo che non sei altro! E già che ci sei, portati quello scoiattolo, tanto si sa che ami più lui che me.”

Continuai a ridacchiare per almeno dieci minuti.

“Stai impazzendo. L’avevo detto io, che saremmo impazziti tutti” si lamentò sottovoce Frank.

Henry si massaggiò le nocche della mano con cui mi aveva colpito e disse “Comunque ho saputo che Danny, il frocio, ha trovato l’amore. Andarsene da qua alla fine non è poi così male.”

Appena smisi di ridere, dissi “A quanto pare.”

E il giorno dopo feci ancora l’amore con Rose.


Qualche ora prima dell’arrivo dei Soldati, alle due e mezza di quel pomeriggio piovoso, Rose era uscita dalla doccia e si era slacciata l’accappatoio davanti a me.

Qualche secondo dopo averlo fatto, si era messa a strillare.

Mi aveva indicato con le lacrime agli occhi, mentre accarezzavo il corpicino in putrefazione dello scoiattolo, seduto a gambe incrociate sul letto.

Sorridendo, le avevo chiesto semplicemente di non urlare.

E lei, ancora completamente nuda, era corsa di via dalla stanza piangendo.

“Lasciala stare, non sa quello che fa. Ormai è completamente pazza, quella puttana” avevo sussurrato allo scoiattolo.

Non capivo perché Henry si lamentava di continuo dell’odore. Diceva spesso che sentiva la puzza addirittura in salotto.

Eppure io non lo sentivo, quell'odore.

Quando mi decisi di dire a Rose che poteva pure tornare da me, la trovai rannicchiata appena fuori dalla camera, seduta per terra.

“Puoi toglierti?” chiesi con calma “Vedi o no che stai bloccando la porta? Non riesco a uscire, Rose, devo uscire.”

Lei si era alzata e aveva gridato di andarmene. E io avevo sorriso.

Poche ore prima dell’Assalto, mi ero diretto in bagno a farmi una doccia calda, per rilassarmi.

Avevo incontrato Frank e credo stesse piangendo.

Gli chiesi dove fosse il problema e lui mi aveva risposto ancora con la questione della metafora. “Io lo sentivo, che quello scoiattolo fosse una metafora. Io lo sentivo!” aveva ripetuto qualche volta.

E io mi ero chiuso la porta del bagno alle spalle.

La doccia durò più del dovuto, ma nessuno mi disturbò.

Mi toccai più volte la ferita che avevo alla nuca, ma per fortuna non mi faceva più male.

Quando uscii dal bagno, dissi a Rose, ancora rannicchiata contro un muro, che mi sarei fatto una dormita. “Giusto per riposarmi un po’, ne sento il bisogno.”

Lei non aveva risposto.

Poi mi ero spogliato e mi ero steso sul letto, addormentandomi.

Non so quanto rimasi lì, so solo che a svegliarmi non fu un bacio della mia donna, bensì il suo urlo disperato.

Mi vestii in tutta fretta, notando la pioggia che batteva ancora contro il vetro della finestra.

Corsi giù per scale e sentii quanto facesse freddo.

La porta d’ingresso era spalancata e Henry era a terra, privo di sensi.

“Che succede?!” chiesi.

Nessuno mi rispose.

Rose era fuori, in cortile, completamente sporca di fango, urlante.

Il vento soffiava fortissimo, fuori dalla Casa, e le mie parole venivano rapite, portate chissà dove, perciò, lei non mi sentì minimamente parlare.

Urlava chissà cosa, mentre cercava di raggiungere l’ingresso.

Mi fissò disperata e credo che mi chiese di aiutarla, in qualche modo.

Poi, in un batter d’occhio, fu trivellata dalle mitragliatrici dei Soldati, mentre io me ne stavo lì, impalato, a fissare apaticamente la scena.

Non seppi, dopo, se Henry riprese o meno conoscenza.

Sentii una mano che mi toccava la spalla: era Frank.

Il ragazzo mi invitò a seguirlo. “Ho trovato un modo per scappare” mi disse, mostrandomi un sorriso incoraggiante.

Io mi ero voltato di scatto verso di lui, serio, con la scatola delle scarpe stretta al petto.

“Prima vado a prendermi una birra” avevo detto.

Lui non aveva risposto.

Corsi in cucina, per recuperare l’ultima lattina rimasta.

E lo scoiattolo era ancora lì, zitto e fermo nella scatola delle scarpe.

Pensai a quanto gli volessi bene.

E bevvi, tutto d’un sorso, quasi la metà della mia birra.

Illustrazione fumettistica di: SamOne, Samthing.

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